WELCOME PORTRAIT: Thomas Hochkofler

Fotocredit: © Gregor Khuen Belasi
Nel libro dici di essere un perfezionista e che ritieni questa caratteristica indispensabile per fare il tuo lavoro. Chi è come te, si sente mai davvero soddisfatto del proprio operato?
Spesso la gente ha un’immagine falsata della nostra professione, pensa che siamo solo dei matti che di giorno in giorno si lasciano trascinare nell’una o nell’altra corrente artistica senza alcun piano. In verità, il mondo dello spettacolo è molto duro, ci sono delle scadenze da rispettare e bisogna consegnare pezzi che funzionino. Per questo è indispensabile essere dei perfezionisti. Allo stesso tempo, non mi adagio mai sugli allori, ma dopo un progetto mi butto subito a capofitto in quello successivo, senza preoccuparmi troppo se tutto sia andato davvero alla perfezione o meno – tanto col senno di poi si trova sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio. Quindi, non do troppo peso agli apprezzamenti, alle recensioni o alle mie valutazioni personali e penso piuttosto a godermi il momento in cui sono in scena. Sia in qualità di attore che di regista, capisci subito se il pubblico è coinvolto e si lascia trasportare completamente nella dimensione che vuoi. Se riesci a incantare gli spettatori, allora hai già fatto bene il tuo ed è proprio in quegli attimi che provo la più grande soddisfazione.



Ti è mai capitato, a teatro, di alzarti nel bel mezzo di uno spettacolo e andare via prima che finisse?
Sì, a Berlino. La sera prima avevo assistito a un pezzo davvero brillante di tre artisti che mi aveva proprio entusiasmato. Lo spettacolo che stavo guardando, invece, non mi coinvolgeva né aveva molto senso dal mio punto di vista. Durante la pausa, incontrai casualmente uno degli attori del giorno precedente, gli feci i miei più sinceri complimenti e gli chiesi cosa ne pensasse dello spettacolo in scena. Mi rispose che se ne stava giusto andando, e anch’io feci lo stesso.